Il Borghese Nobilitato – Il gusto come tabù – 2.

In fatto di Gusto Architettonico, con la Rivoluzione Francese le cose cambiano, ma fino a un certo punto.

La borghesia europea si risveglia ben presto dal grande sogno egalitario accorgendosi che, in realtà, la lotta in nome e per conto del popolo può tradursi in un efficace viatico per la nobilitazione.

L’Abate Sieyès, considerato tra i principali teorici della Rivoluzione, per via del suo celeberrimo pamphlet Qu’est-ce que le tiers état?, corona la propria carriera di rivoluzionario col titolo di Comte de l’Empire.

Emmanuel Joseph Sieyès (1748-1836), ritratto all’età di 69 anni da Jacques Louis David, 1817, Harvard Art Museums, Cambridge, Massachussets, USA

 

Ma, ovviamente, il campione insuperato in materia è Napoleone: non a caso, l’idolo dei Borghesi Nobilitati di tutti i tempi. L’ufficialetto corso che, in pochi anni, diventa Generale della Rivoluzione, Primo Console a vita, infine, Imperatore dei Francesi e Re d’Italia, non solo incarna l’ideale del self-made man, ma soprattutto rappresenta il riscatto di quel senso di frustrazione e revanscismo nei confronti della nobiltà di origine feudale che era ed è tuttora connaturato alla borghesia liberale di formazione otto-novecentesca.

Jean Auguste Dominique Ingres, Napoleone sul trono imperiale, 1806, Musée de l’Armée, Parigi

 

Il periodo rivoluzionario-napoleonico costituisce, dunque, lo spartiacque tra l’epoca del Borghese Nobilitato di Antico Regime, il cui prototipo è rappresentato dal povero Monsieur Jourdain di Molière, e l’epoca del Borghese Nobilitato moderno e contemporaneo che, passando per i rami di svariate dinastie di mercanti, banchieri e industriali, arriva fino a noi.

Caricatura di Napoleone durante i “Cento Giorni” del 1815. Il gioco di parole basato sull’accostamento di Serrement de nez (chiusura di naso) e Serment de Ney (giuramento di Ney) si riferisce al ripetuto cambio di casacca del Generale Michel Ney, passato da Napoleone ai Borboni e poi tornato nuovamente con Napoleone fino alla disfatta di Waterloo.

 

La differenza sta, dunque, tra un’epoca in cui la nobilitazione consiste in una cosa seria, decisiva, cioè in un iter di natura giuridica e burocratica, fondato su statuti, patenti e brevetti ratificati da istituzioni millenarie come la Chiesa e la Monarchica, e un’epoca in cui la nobilitazione è un fatto puramente mondano, esornativo, basato su questioni censuarie e salottiere; legittimato da pose e atteggiamenti blasé, da matrimoni e parentele, dall’appartenenza a circoli più o meno esclusivi.

In ogni caso, la caratteristica saliente del Borghese Nobilitato moderno è quella d’essere un ossimoro vivente. Egli è, infatti, un borghese antiborghese, ossia un borghese che odia se stesso, il proprio ambiente sociale e le istituzioni che ne hanno permesso l’ascesa. Ostenta disprezzo per denaro e potere, e fa di tutto per acquisirlo. Odia il “sistema” e la sua classe dirigente e ha come unico obiettivo farne parte.

E non a torto: la strategia funziona. Il mito del dandy anticonformista, antisistema e rivoluzionario, fa di Lord Byron l’equivalente, in campo estetico, mondano e letterario, di quel che Napoleone è in campo politico, diplomatico e militare.

Caricatura inglese del dandismo d’ispirazione byroniana, 1818

 

Altro clamoroso esempio di Borghese Nobilitato è offerto da uno dei più celebrati rappresentanti del romanticismo europeo: Victor Hugo. Questi, da un lato, costruisce la propria carriera di letterato e uomo pubblico perorando le cause dei diseredati, dei comunardi, dei repubblicani, della democrazia liberale e del progresso, in genere; dall’altro, in campo mondano, non manca di rimarcare una sua fittizia discendenza da tal Georges Hugo, capitano nobilitato alla fine del XVI secolo dal duca di Lorena, quando invece suo padre, il generale Joseph Hugo, in realtà discende da un falegname, privo della minima parentela con l’omonima dinastia nobiliare.

Tra gli anni di Byron e quelli di Hugo, il Borghese Nobilitato definisce la sua tecnica di maggior successo in fatto d’ascesa sociale: lo snobismo. Una modalità di comportamento che gli permette di alternare il ruolo del rivoluzionario con quello del generale, in epoche più recenti, del contestatore con quello dell’assessore. Il Borghese Nobilitato è, come si dice oggi, il prototipo del capo di lotta e di governo.

Secondo alcuni, il termine snob deriverebbe dall’abbreviazione s.nob. stante per sine nobilitate, posposto, nei registri d’immatricolazione dei più esclusivi college inglesi, ai nomi degli alunni borghesi, laddove, dopo i nomi dei nobili, campeggiava il conseguente titolo e predicato araldico.

Ciò avrebbe creato un senso di solidarietà e di casta tra i borghesi che si sarebbe poi tradotto in un atteggiamento blasé, eccentrico e di esclusione nei confronti dei nobili. I borghesi, infatti, ben più ricchi e meno impastoiati dai condizionamenti etici e comportamentali dati dalla ferrea educazione e disciplina nobiliare (noblesse oblige), si sarebbero raccolti in circoli esclusivi in cui coltivare interessi, atteggiamenti e gusti stravaganti, anticonformisti, o comunque estranei a quelli delle elite storiche. Come sempre, ciò che esclude attrae. La finzione di voler tenere a distanza i nobili, ottiene lo scopo cercato, cioè quello di sedurli e sottometterli.

Vera o falsa che sia la storia, sta il fatto che si definisca, tra Ottocento e Novecento, quel tipico atteggiamento di condiscendenza borghese nei confronti della nobiltà, il cui senso è ben condensato dalla voce noblesse dell’incompiuto progetto di Dictionnaire des idées reçues, ovvero Catalogue des opinions chic, di Flaubert: la mépriser et l’envier, disprezzarla e invidiarla, cioè cercare sempre di farne parte. Difatti, il Borghese Nobilitato moderno, in pubblico disprezza la nobiltà, ma in privato, fa di tutto per esservi ammesso.

Il senso di condiscendenza si radica ancor più da che la nobiltà, per sopravvivere, è costretta a s’encanailler, ossia a far sposare ai propri eredi maschi ricche borghesi portatrici di doti talmente cospicue da farle preferire alle discendenti di antiche e blasonate dinastie, ma dalle finanze ormai esangui.

Ecco, dunque, come la reticenza a parlare di gusto, anzi, questa vera e propria omertà in materia, derivi da un problema d’identità culturale. Il Borghese Nobilitato è l’uomo-in-mezzo-al-guado, impossibilitato ad approdare su alcuna sponda. Impossibile è per lui tornare indietro, su quella da cui è partito, ma ancor più difficile è raggiungere la riva opposta, cui disperatamente anela.

Da ciò l’estrema suscettibilità in materia di gusto, proprio perché il gusto, come ricorda la pantomima di Monsieur Jourdain è il maggiore marcatore sociale esistente: è ciò che rende riconoscibile l’appartenenza alla casta, indipendentemente dai soldi.

Good taste is the worst vice ever invented, scrive, con cognizione di causa, l’aristocratica poetessa inglese Dame Edith Louisa Sitwell che, in piena aderenza alla tradizione snobistica inglese, fa dell’eccentricità il proprio mantra e regola di vita.

Cecil Beaton, ritratto con esposizione multipla di Dame Edith Louisa Sitwell, 1962

 

Il gusto è allora messo al bando affinché resti incomprensibile ai nuovi venuti. Sopravvive come sapere esoterico, iniziatico, riservato a pochi, in modo da ostacolare l’ingresso dei parvenu nei circoli più esclusivi. Il fatto sembra avere del paradossale: tanto più la società si apre e rende possibile l’ascesa economica e sociale, tanto più le elite si chiudono e diventano selettive. Ciò, per esempio, è assai evidente nella società americana, che se da un lato è, da sempre, tra le più aperte e inclusive, dall’altro pone ai propri vertici barriere sociali quasi insormontabili. La distanza che ancor oggi separa l’old money dal new money è, per certi aspetti, ancora maggiore di quella che in Europa divide la nobiltà dalla borghesia. Lo stesso può dirsi dei paesi in cui, fino a pochi anni fa, vigevano regimi socialisti e che oggi presentano forme di snobismo e revivalismo nobiliare talmente paradossali e lontane dalla mentalità europea occidentale da apparire caricaturali.

Il gusto, com’era inteso dall’Illuminismo settecentesco, ossia come maieutica interclassista, come forma di educazione sociale che dall’alto emana verso il basso, è ostracizzato proprio nella società socialdemocratica che si pretende orizzontale, senza classi.

Il Borghese Nobilitato inventa un altro principio estetico fondamentale: lo stile. Ed è proprio l’ossessione otto-novecentesca per lo stile e lo stilismo ciò che manda definitivamente in soffitta l’idea di gusto, facendola diventare ciò che oggi è: un tabù culturale. Vietato parlarne.